IN MOSTRA ALLA FONDAZIONE
MAGNANI-ROCCA |
L’amore disperato
di Saffo |
Lesbo, VI secolo a.C.
Saffo è la poetessa più celebrata del mondo greco — «la decima Musa»,
la chiama Platone. Poi arriva Faone, un barcaiolo, e tutto finisce. Lei
lo ama. Lui no. Saffo sale sul promontorio di Leucade e si getta in
mare.
La leggenda ha origini
incerte. Ma ai simbolisti di fine Ottocento non interessa la storia:
interessa il mito. Amore e morte in un unico gesto. Una bellezza che si
compie solo nella dissoluzione. E una poetessa che l'antichità ci ha
consegnato a pezzi. Erano quei frammenti poetici a renderla
irresistibile per i poeti, i pittori, gli scultori del Simbolismo.
Nella seconda sala della mostra IL SIMBOLISMO IN ITALIA c'è un dipinto
del 1865, ed è da qui che parte tutto.
Federico
Faruffini ritrae Saffo seduta, la lira rossa in grembo, il viso bianco
come erba che langue. Non è ancora morta, e forse è per questo che fa
più paura. Il pittore scelse come epigrafe i versi di Foscolo
traduttore dell'Ode della gelosia: «Tremo e fremo di brividi». Non il
suicidio, ma il momento che lo precede: quando l'amore comincia a
consumare dall'interno come un veleno, e il corpo già capitola. Il
contrasto è brutale: il bianco spettrale della pelle contro il rosso
acceso della lira. La poesia come ferita. |
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Andrea Gastaldi (circa
1872) la porta sulla spiaggia, verso il promontorio. Saffo cammina con
la tunica bianca e la lira in mano, il gesto non è ancora avvenuto, ma
il paesaggio alle sue spalle ha già deciso. Il mare è in burrasca, le
nuvole si addensano cariche di tempesta. Gastaldi usa la natura come
specchio interiore: il paesaggio non è sfondo, è psicologia.
È la mente di Saffo
resa visibile.
Con Luigi de Luca (circa 1895) il dramma si è già consumato. Resta solo
la testa della poetessa che affiora dalle onde, appoggiata alla cetra,
i capelli sciolti accarezzati dai flutti. Un frammento quasi
archeologico di una bellezza intatta. De Luca lavorò a quest'opera per
anni, abbandonandola e riprendendo, finché non rimase soddisfatto: cosa
rara, per lui. La critica dell'epoca scrisse che dalla sua bocca
socchiusa «par che affiori l'ultimo palpito della vita: l'ultima parola
della sua ultima ode». La morte come sogno.
VISITE GUIDATE
Il sabato alle ore 16.30 e la domenica e festivi alle
ore 11.30, 16.00, 17.00, visita alla mostra con guida specializzata.
Costo:
guida €5 + biglietto
d’ingresso €15
Prenota qui: prenotazioni@magnanirocca.it per il solo ingresso non occorre prenotare, i biglietti si
acquistano all'arrivo
La
mostra è realizzata grazie a Fondazione Cariparma e Crédit Agricole
Italia, con il contributo di Barilla e di Polo Parma. |
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Il segno
oscuro:
gioielli di carta e inchiostro |
Nel
febbraio del 1891, il critico d'arte milanese Vittore Grubicy De Dragon
si ferma davanti ai fogli di una mostra di giovani artisti a Milano e
rimane stupefatto. Tra quelle opere ci sono alcuni dei talenti più
straordinari dell'epoca. Immagini di Gaetano Previati, Giuseppe
Mentessi, Luigi Conconi. Le osserva a lungo, poi scrive che sono la
cosa più viva di tutta l'esposizione. Aggiunge però una domanda amara:
"un quadro bene o male si vende: un bel disegno, chi lo
paga?".
Centotrent'anni dopo, quei piccoli gioielli di carta sono diventati a
tutti gli effetti dei capolavori, ed è per questo che oggi campeggiano
tra le opere della mostra IL SIMBOLISMO IN ITALIA” alla Fondazione
Magnani-Rocca.
Ali di pipistrello, lune spettrali, scheletri, fauni e sirene, Dante e
Lady Macbeth: un immaginario oscuro e visionario sembra pronto a
prendere vita sulla superficie di carta.
Disseminata nelle bacheche delle sale e raccolta nella sezione "Il
segno oscuro" la grafica simbolista italiana non è un capitolo
minore della mostra. È un mondo parallelo. Acqueforti, xilografie,
disegni a inchiostro: il bianco e nero come scelta estetica
consapevole, non come rinuncia. Il teorico era Max Klinger: l'assenza
del colore come condizione, non come limite. |
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La rivista “Emporium”,
guidata dal critico Vittorio Pica, portò in Italia Beardsley, Redon,
Rops, Munch, Ensor. E nel 1897 sancì definitivamente la grafica come
linguaggio della nuova generazione idealista. Il bianco e nero smetteva
di essere un ripiego. Diventava una poetica.
Gli italiani non erano rimasti a guardare. Alberto Martini costruì
nelle illustrazioni per i racconti di Poe e per il “Macbeth” (1910) un
immaginario che anticipa il linguaggio del cinema muto: il close-up
degli occhi allucinati di Lady Macbeth è un'immagine che non si
dimentica. Sartorio portò la tecnica mista di fotoincisione e
acquaforte a esiti klingeriani nella “Maschera dell'Anarchia” (1895).
Cambellotti, in “Macabra”, dipinse una femme fatale che suona una cetra
di ossa umane. Martoglio, nell'acquaforte “Il convegno” (1908), costruì
un incontro tra una giovane donna elegante e uno scheletro: la morte in
abiti da passeggio.
C'è
anche una specificità tutta italiana: mentre i maestri mitteleuropei
prediligevano l'acquaforte su metallo, molti artisti italiani
riscoprirono la xilografia come riallaccio alla tradizione
rinascimentale. Adolfo De Carolis accordò il chiaroscuro cinquecentesco
a un titanismo michelangiolesco. Francesco Nonni, nel circuito di
Faenza, la portò invece verso una raffinatezza Liberty che rileggeva
Beardsley in chiave italiana.
Il segno oscuro fu anche un laboratorio dell’arte del Novecento, motivo
in più per cercarlo tra le bacheche della mostra “IL SIMBOLISMO IN
ITALIA”, aperta alla Fondazione Magnani-Rocca fino al 28 giugno 2026. |
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Fondazione
Magnani-Rocca
image
credits
Andrea Gastaldi, Saffo. Circa 1872.
Torino, GAM - Galleria Civica D'Arte Moderna e Contemporanea
Federico Faruffini, Saffo, 1865. Collezione Privata, Courtesy Enrico
Gallerie d'arte
Luigi De Luca, Saffo. Circa 1895, Collezione Privata |
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