L'incredibile vita dell'uomo raggio
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Matteo Martignoni
autore e copywriter
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Nell’autunno del 1915, davanti a una casa di Ridgefield, nel New Jersey, due uomini giocano a tennis senza rete, con due racchette vecchie. Uno parla solo inglese, l’altro solo francese. Man Ray chiama ad alta voce ogni colpo; Marcel Duchamp risponde «yes, yes». Così comincia un’amicizia lunga mezzo secolo, e in Autoritratto, la sua autobiografia, Man Ray la racconta come la cosa più naturale del mondo.
Arrivare lì gli era costato anni. Emmanuel Radnitzky, nato a Philadelphia nel 1890, a diciotto anni passa i pomeriggi alla galleria 291 di Alfred Stieglitz, a New York. Per sei anni disegna mappe e atlanti per vivere e la sera frequenta i corsi di nudo del Ferrer Center. Nel 1912 la famiglia cambia il cognome in Ray e lui accorcia il nome: Man. Nel 1913 vede all’Armory Show il Nudo che scende le scale di Duchamp, lascia la casa paterna e si trasferisce nella colonia di artisti di Ridgefield. Due anni dopo compra la prima macchina fotografica, per una ragione pratica: riprodurre bene i propri quadri.
New York presto gli sta stretta. Nel 1920 scrive a Tristan Tzara che dada a New York non può vivere: tutta la città è dada e non tollera rivali. Il 14 luglio 1921 sbarca a Le Havre. A Parigi lo accoglie Duchamp, e la sera stessa, al Café Certa, siedono con lui Breton, Aragon, Éluard, Soupault e Tzara. In una sera conosce il gruppo che tre anni dopo fonderà il Surrealismo.
Da allora lo studio di rue Campagne-Première diventa un passaggio obbligato. Kiki de Montparnasse, sua compagna, posa per Le Violon d’Ingres e Noire et Blanche. Nel 1922 si fanno ritrarre James Joyce e Gertrude Stein. Paul Poiret gli apre il mondo della moda: Man Ray fotografa Peggy Guggenheim in un abito di lamé d’oro di Poiret, poi lavora per Vogue e Harper’s Bazaar e ritrae Coco Chanel con la sigaretta e le perle. Arrivano Miró, Dalí, de Chirico, Artaud. Lee Miller entra in studio come assistente, e insieme in camera oscura scoprono la solarizzazione. Méret Oppenheim posa nuda accanto al torchio di una stamperia per Érotique voilée. Nell’estate del 1937, ad Antibes, la compagnia delle vacanze comprende Picasso, Dora Maar, gli Éluard, Max Ernst e Leonora Carrington.
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Salvador Dalì nella mostra MAN RAY tutto
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Fotografa tutti, ma non diventa il fotografo di nessuno. Negli stessi anni inventa i rayographs, immagini fatte senza macchina, posando gli oggetti direttamente sulla carta sensibile, e non smette mai di dipingere. Lo spiega lui stesso: dipinge ciò che non si può fotografare, i sogni e l’immaginazione, e fotografa le cose che non ha voglia di dipingere. Nel 1922 la marchesa Luisa Casati posa per lui; la lastra viene mossa e gli occhi bistrati si sdoppiano. Man Ray vuole buttarla. La marchesa la guarda e la chiama «il ritratto della mia anima».
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i cinquanta ritratti di Juliet, in mostra alla Villa dei Capolavori
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Nel 1940 la Germania invade la Francia. Man Ray si imbarca da Lisbona e lascia quasi tutte le opere a Parigi, affidate ad Ady Fidelin. Resta a Hollywood undici anni e li vive come un esilio: fotografa meno, dipinge, ricostruisce gli oggetti che crede distrutti dalla guerra. Nel 1943 si ritrae con metà viso rasato e metà coperto di barba. A Los Angeles incontra Juliet Browner, danzatrice, che gli resterà accanto per trentasei anni; nel 1946 la sposa a Beverly Hills, in una doppia cerimonia con Max Ernst e Dorothea Tanning, e per quindici anni torna a fotografarla, un volto dopo l’altro.
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Giulia Cavaliere legge l'Autoritratto di Man Ray
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Sabato 10 ottobre, h.17.00, con le musiche di Remo De Vico
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Federica Salto: la moda non ha ancora finito di guardare Man Ray
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Dalla Villa dei Capolavori alle passerelle di Milano, le tracce di un immaginario che continua.
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Il nuovo lusso è vedere come nasce ciò che si mangia
All'alba in un caseificio del Parmigiano Reggiano, poi la Villa dei Capolavori.
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Nel 1951 torna a Parigi, in rue Férou, e ci resta fino alla fine. Riprende a dipingere, ritrova gli amici, rifà gli oggetti perduti. Nel 1964 Arturo Schwarz gli dedica a Milano la prima personale italiana.
Sulla sua tomba, a Montparnasse, ha voluto quattro parole: «Unconcerned but not indifferent». Incurante, ma non indifferente. Sono la sintesi di un uomo che ha attraversato il secolo stringendo la mano a tutti e rispondendo soltanto a sé stesso.
In Man Ray: tutto, alla Villa dei Capolavori fino al 13 dicembre, quei volti si possono incontrare dal vero: Kiki, la Casati, Duchamp nei panni di Rrose Sélavy, Méret Oppenheim, Joyce, Miró, i volti di Juliet. In ognuno si riconosce lo sguardo di Man Ray.
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Taccuino ––––– Man Ray: tutto
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Sabato alle 16.00. Domenica alle 11.30, 15.30 e 16.30. Guida €5 + ingresso €15; Prenotazioni: prenotazioni@magnanirocca.it
per il solo ingresso non serve prenotare
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sabato 10 ottobre · ore 16.00 visita guidata · ore 17.00 reading
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Giulia Cavaliere legge l’Autoritratto di Man Ray
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Nella sala di Goya e di Canova, alla Villa dei Capolavori, Giulia Cavaliere dà voce alle pagine di Autoritratto, il libro in cui Man Ray racconta la sua vita: gli episodi più intensi, gli incontri con gli artisti del suo tempo, le notti di Parigi. Il suo racconto è accompagnato dalla musica sperimentale del compositore Remo De Vico, che sonorizza la lettura dal vivo.
Giulia Cavaliere è autrice e critica musicale. Scrive libri, saggi, articoli e podcast, e firma programmi per radio e TV (Radio Popolare, RSI, Sky Arte). Tra le sue collaborazioni di lungo corso quelle con Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, Rolling Stone, Esquire e Chora Media. Ha pubblicato Romantic Italia (minimum fax) e una biografia letteraria di Francesca Alinovi (Electa). Nel 2023 Artribune l'ha nominata giornalista culturale dell'anno; nel 2024 ha diretto la programmazione culturale estiva del Castello Sforzesco per il Comune di Milano.
Intorno alla sua voce suona Remo De Vico, compositore e sound designer formato al Conservatorio di Santa Cecilia, con lavori per il MART di Rovereto, la Rai e MUBI. Per Man Ray ha scritto piccole miniature ambient, «bozzetti fantascientifici»: musica concreta, nastri magnetici lo-fi, sintetizzatori programmati da lui. Remo lo chiama «un giardino psichico acustico».
Alle 15.30 la visita guidata alla mostra Man Ray: tutto, alle 17.00 il reading. Il reading è compreso nel biglietto della mostra; la visita guidata ha un costo aggiuntivo di 5 euro e va prenotata a prenotazioni@magnanirocca.it.
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Posti limitati, riservati agli iscritti alla newsletter.
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Audioguida ––––– con Cultus Classicus
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Luigi Magnani collezionava lo stile Impero quando non era ancora di moda
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Negli anni in cui i collezionisti inseguivano il Settecento, Magnani e l'amico Mario Praz si scrivevano lettere fitte di schizzi e segnalazioni: mogano, bronzi dorati, proporzioni severe. Lo stile Impero allora sembrava pomposo, quasi démodé. Oggi è tornato di culto, da Galliano per Dior a Versace. Nella Villa dei Capolavori c'è anche una console del 1806 che sotto il piano di marmo nasconde un meccanismo musicale. Cultus Classicus racconta questi arredi in un nuovo episodio dell'audioguida.
→ Ascolta l’episodio su Spotify
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Perché Man Ray è così attuale, per la moda e non solo
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Federica Salto
giornalista di moda
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Cosa si scopre alla Fondazione Magnani-Rocca, e tutte le tracce che in questi giorni portano nella stessa direzione.
Di Man Ray sappiamo tutti qualcosa. Il ferro da stiro con i chiodi, la schiena con le effe del violino, le lacrime di vetro. Cinque o sei immagini che abbiamo visto mille volte, a volte senza sapere che fossero sue.
Poi vai alla Fondazione Magnani-Rocca, ed è tutta un’altra faccenda.
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Kiki de Montparnasse e Lee Miller negli scatti di Man Ray
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Man Ray: tutto si intitola così per un motivo. C’è il pittore, c’è l’oggetto, c’è il ritratto, e c’è soprattutto la moda, che è la parte che riguarda me e probabilmente anche voi. Perché quello che si capisce camminando tra quelle sale è che Man Ray è stato un apripista. Fotografa per Paul Poiret dal 1922, lavora per Vogue e per Harper’s Bazaar, e fa una cosa che nessuno faceva: dentro le riviste di moda porta esattamente la ricerca che stava facendo in studio. Le solarizzazioni, i rayographs, gli incidenti tenuti perché funzionavano. Quel rapporto tra artisti, stilisti e magazine che oggi diamo per scontato comincia praticamente con lui.
E poi c’è l’altra scoperta, che è quella che mi ha interessata di più. Le sue muse non erano solo muse.
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gli incontri della Fondazione Magnani-Rocca riservati agli iscritti alla newsletter
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E poi c’è l’altra scoperta, che è quella che mi ha interessata di più. Le sue muse non erano solo muse.
Kiki de Montparnasse cantava, dipingeva, esponeva, e nel 1929 ha pubblicato le sue memorie. Lee Miller entra in studio come assistente e diventa una delle grandi fotografe del Novecento, con le immagini di guerra scattate per Vogue. Meret Oppenheim viene fotografata a vent’anni accanto a un torchio, e tre anni dopo firma la tazzina di pelliccia che il MoMA si compra subito. Senza di loro, come parte attiva della costruzione di quelle immagini, quelle immagini non esisterebbero. È una cosa che nel racconto tramandato fino a oggi si perde quasi sempre.
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in mostra anche il ritratto di Coco Chanel
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Il 19 settembre sono stata lì a parlarne. Poi sono tornata a Milano e, nel giro di pochi giorni, mi sono accorta che Man Ray ci gira ancora molto intorno.
Prima Palazzo Reale, dove è appena aperta una grande mostra su Dalí e la moda. Alla presentazione, Judith Clark, storica della moda e curatrice della sezione moda, ha citato proprio lui: è Man Ray ad aver aperto la strada a questo rapporto così particolare tra artista e moda.
Poi la passerella. Maximilian Davis ha presentato la primavera estate 2027 di Ferragamo partendo dal Sandalo Invisibile del 1947, quello con la tomaia di nylon trasparente, e da quella data e da quell’aria surrealista è finito dritto a Man Ray e a Lee Miller. La solarizzazione, le foto che Miller scattava in Egitto negli anni Trenta, quelle di guerra. Nei capi in gomma colorata l’effetto si vede addosso: controluce, il corpo si definisce dove preme contro la materia e si perde appena se ne allontana.
Due mostre e una sfilata in una manciata di giorni.
Su questo, una cosa la devo dire. Da tempo scrivo che la moda ha finito le reference: cita Hitchcock, cita Lynch, cita Dario Argento. Non è che non esista niente di nuovo, è che andarlo a cercare costa fatica, tempo e rischio, mentre le reference iconiche ci rassicurano. Sono talmente immense che possiamo tornarci sopra all’infinito senza stancarci mai, e in più funzionano, perché si riconoscono in due secondi.
Quindi sì, Man Ray è attualissimo, e non solo per la moda. Ma la ragione non è che ci accontentiamo. È che dopo cent’anni non abbiamo ancora finito di guardarlo, ed è esattamente quello che fa questa mostra: invece di ripetere le solite cinque immagini ci mostra quanto ci sia intorno, e quante mani abbiano lavorato dentro quelle fotografie.
Esco dalla Villa dei Capolavori con una domanda, che poi è la cosa più bella che ti possa lasciare una mostra. Chi sarà il prossimo Man Ray? Chi, oggi, sta costruendo un immaginario così grande che tra cent’anni ci si potrà ancora tornare sopra senza esaurirlo?
Non lo so. Mi piacerebbe accorgermene mentre succede.
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Federica Salto è giornalista di moda. Ha lavorato nelle redazioni di iO Donna, Rivista Studio e Vogue e, dal 2023 al 2025, ha curato la comunicazione del direttore creativo di Gucci. Dal 2020 è autrice della newsletter indipendente La moda il sabato mattina.
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Un fine settimana a Parma, dalla Villa dei Capolavori al caseificio
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Francesca e Tommaso raccontano i loro viaggi a milioni di follower in tutto il mondo, e questo mese il loro consiglio di viaggio è stato Parma.
Sono entrati in un caseificio a vedere il latte diventare forma di Parmigiano Reggiano: è un'esperienza che i viaggiatori di tutto il mondo vengono a cercare fin qui. Alla Villa dei Capolavori hanno visto il più importante nucleo di pittura francese in Italia (Cézanne, Renoir, Monet), hanno partecipato a un laboratorio di pittura. Infine visita al Duomo di Parma, al Battistero e una notte a Corte Finzi, in campagna. I caseifici da visitare si trovano in tutta la zona di origine del Parmigiano Reggiano: nelle province di Parma, Reggio Emilia e Modena, a Bologna alla sinistra del fiume Reno e a Mantova alla destra del Po.
→ Guarda il loro racconto su Instagram
→ Scegli il caseificio e prenota la tua visita
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Calendario delle fioriture ––––– seconda settimana di ottobre
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Nel Parco Romantico il foliage entra nel vivo
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Gli ultimi fiori dell’estate lasciano il posto al colore delle foglie
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Le ultime settimane di ‘Honorine Jobert’ e ‘Hadspen Abundance’
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‘Herbstfreude’ e ‘Matrona’ si scuriscono dal rame al ruggine
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Il cotino è rosso pieno; Molinia, Stipa e Sesleria diventano oro controluce
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Foto di Mattia Giannattasio e Muhamet Spaihu.
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